Sorveglianza delle comunicazioni in Svizzera: quando la Confederazione procede senza un mandato democratico

La Svizzera sta apportando modifiche di vasta portata alla sorveglianza delle comunicazioni... senza un voto popolare, senza un adeguato dibattito parlamentare e quasi senza che nessuno se ne accorga. Con il pretesto di ’adeguamenti tecnici«, le ordinanze stanno estendendo la raccolta e la conservazione di dati riguardanti l'intera popolazione. La posta in gioco non è né un dettaglio giuridico né una semplice sicurezza pubblica: è una sfida silenziosa al diritto alla privacy, alla segretezza delle comunicazioni e alle garanzie costituzionali. Se questo argomento vi sembra astratto, è proprio perché sta già diventando concreto.

 

Questa analisi non viene da un attivista, ma da un alto funzionario di polizia di un cantone francofono della Svizzera, che ha scelto di rimanere anonimo per attirare l'attenzione sugli eccessi silenziosi della sorveglianza in Svizzera.

La Svizzera dispone di un quadro normativo specifico per il monitoraggio delle comunicazioni con la Legge federale sulla sorveglianza della corrispondenza postale e delle telecomunicazioni (LSCPT). Adottata nel 2000 e successivamente rivista più volte, questa legge aveva un obiettivo chiaro: garantire la sicurezza nel rispetto della privacy.

Tuttavia, dal 2019 - e soprattutto grazie alle ordinanze entrate in vigore nel 2024 e che saranno riviste nel 2025 - questo equilibrio è stato sconvolto.

«La libertà è il diritto di fare tutto ciò che le leggi consentono».» - Montesquieu

Una riforma rapida, al di fuori del dibattito democratico

Bastano poche date per capire la deriva istituzionale:

  • 22 marzo 2019 Estensione degli obblighi di sorveglianza ai fornitori di servizi digitali.
  • 1° gennaio 2024 entrata in vigore di ordinanze tecniche (OSCPT, OME-SCPT) che estendono concretamente la raccolta dei dati.
  • 29 gennaio 2025 Consultazione pubblica per una nuova estensione, senza una revisione sostanziale della legge.
  • 10 dicembre 2025 Il Consiglio degli Stati impone una revisione completa (mozione 25.4273) a fronte di critiche massicce.

Il problema non è l'adattamento tecnologico.

Il problema è la metodo Scelte politiche importanti fatte per decreto, senza una legge, senza un dibattito parlamentare approfondito, senza una decisione popolare.

«Le norme importanti che riguardano i diritti fondamentali devono essere emanate sotto forma di legge.» - Articolo 164 della Costituzione federale

Cosa cambiano realmente le nuove ordinanze

Con il pretesto di «chiarimenti tecnici», la cosiddetta revisione parziale introduce modifiche sostanziali:

  • Estensione degli obblighi a molti servizi digitali a seconda delle loro dimensioni o del loro pubblico.
  • Nuovi dati raccolti: identificazione incrociata degli utenti, ultimi accessi ai servizi, analisi retrospettive.
  • Monitoraggio in tempo reale dei metadati, indipendentemente da un'indagine mirata.
  • Obbligo di rimuovere determinate crittografie applicate dai fornitori.
  • Conservazione generale dei metadati per sei mesi per l'intera popolazione.

Non si tratta più di strumenti di sondaggio mirati, ma di impostare un sistema di infrastruttura di sorveglianza permanente.

La privacy: una violazione strutturale

Le conseguenze sono di vasta portata e sistemiche:

  • Profilazione dettagliata delle relazioni sociali, delle abitudini di viaggio e di comunicazione.
  • Aumento del rischio di fughe di dati, abusi e attacchi informatici.
  • Attacco diretto ai segreti professionali (giornalisti, avvocati, medici).
  • Violazione della fiducia tra cittadini e fornitori di servizi.
  • Pressione sproporzionata sulle PMI e sull'innovazione.

Come ha sottolineato la Corte europea dei diritti dell'uomo :

«La sorveglianza segreta diffusa è incompatibile con lo Stato di diritto.» - Giurisprudenza CEDU, principio di proporzionalità

Il blocco degli investimenti e la parziale delocalizzazione di Proton al di fuori della Svizzera illustrano già gli effetti pratici di questa incertezza giuridica.

Una contraddizione diretta con la Costituzione e il diritto europeo.

L’Articolo 13 della Costituzione federale garantisce esplicitamente :

«Il diritto al rispetto della vita privata e familiare e alla segretezza della corrispondenza e delle telecomunicazioni.»

Tuttavia, la conservazione generalizzata di dati riguardanti l'intera popolazione, senza che vi sia un sospetto individuale, viola i principi di necessità, di proporzionalità e scopo.

Paradossalmente, la Svizzera si ritrova con un regime più invasivo di quello risultante dal RGPD e dalla Direttiva ePrivacy dell'UE, con il rischio di esporre la Confederazione a una condanna davanti alla CEDU.

Conclusione: una linea rossa democratica

La sicurezza non giustifica tutto.

Estendendo la sorveglianza per decreto, senza un chiaro mandato del legislatore o del popolo, lo Stato federale sta indebolendo le libertà che pretende di difendere.

La mozione adottata nel dicembre 2025 offre una rara opportunità di correggere questa deriva. Ma deve essere colta.

«Uno Stato che controlla tutto finisce per non proteggere nulla.»

La questione non è tecnica.

È costituzionale, democratico e civile.

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